258 MINUTES

Il mondo sta cambiando ad una velocità supersonica. Tutto quello che succede dalle piccole cose a quelle mastodontiche in qualche modo ci segna e mette una tacca sul muro contandole come fossero conquista. Ma non sempre queste conquiste lo sono per tutti. Dove c’è chi ci guadagna a modo suo c’è sempre qualcuno che ci perde. Ho saltato Paris Photo nel 2015 per una coincidenza astrale di pianeti che si intersecavano a costellazioni. Sai quando Paolo Fox ti dice che Venere in Saturno non fa bene al tuo segno zodiacale?

Beh, così la pensavo fino a quando sono rimasto inchiodato alla tv vivendo quegli 800km di distanza come una fortuna.

Ho pensato e ripensato a quelle scene, vedendo le immagini dei colleghi che erano sul posto (Paris Photo è un momento di aggregazione oltre che di crescita e visibilità) ed i filmati amatoriali fuori e dentro il Bataclan. Non è mai bastato e non è mai tutto realmente finito.

13 novembre 2016. Ad un anno esatto dagli attentati di Parigi, mi trovo qui, con i piedi che calpestano le stesse strade e gli occhi che vedono gli stessi scenari. Ma il ricordo di quei momenti mi lascia interdetto e la volontà di capire il perché sembra quasi tutto dimenticato. Mi sbagliavo, non c’è nulla di dimenticato. C’è solo una cosciente metabolizzazione e la voglia di andare avanti nonostante tutto. Fare in modo che quelle 130 vittime abbiano un valore oltre il ricordo. Che sia servito a qualcosa nel suo male.

Ripercorrere quei 258 minuti un anno dopo mi ha dato 4 ore di annullamento totale, tanto che sono riuscito a riguardare il materiale prodotto solo dopo quattro mesi.

Tutto era in fermento, tutto era in movimento, tranne i parigini, che continuavano imperterriti per la loro strada. E alzando gli occhi al cielo mi son sempre chiesto se veramente tutto questo potesse essere attribuito ad una mera questione religiosa.